La storia a Processo! Curzio Malaparte è colpevole
giovedì 2 Aprile 2026
A distanza di quasi 70 anni dalla sua morte Curzio Malaparte continua ad essere un personaggio discusso e a far parlare di sè scatenando polemiche, anche sulle assi di un palcoscenico. Quello andato in scena ieri sera ai Filodrammatici di Milano, ultimo appuntamento della stagione de La Storia a Processo, il format ideato e curato da Elisa Greco, è stato un processo caratterizzato dalla presenza di un intellettuale contemporaneo anche lui divisivo e propenso al dibattito come Giordano Bruno Guerri che ha vestito i panni dell’imputato Curzio Malaparte protagonista del suo libro Arcitaliano – Vita di Curzio Malaparte.
“Erano anni che volevo mettere in scena il processo a Curzio Malaparte, ed ero assolutamente convinta che l’unico in grando di poter interpretare quel ruolo fosse Giordano Bruno Guerri – ha commentato Elisa Greco, ideatrice e curatrice del format. Dopo un lungo “corteggiamento” sono riuscita a portarlo sul palco e lo spettacolo mi ha dato ragione.
Al di là della sua grande conoscenza su vita, opere e pensiero di Malaparte, Guerri lo ha anche interpretato magistralmente giocando nell’ambiguità di attore/interprete e storico/imputato, dominando la scena nel corso di tutto il dibattimento. Il voto della giuria popolare ha infine confermato il suo essere personaggio storico ancora divisivo con solo un lieve distacco in favore della colpevolezza”.
Il dibattimento, presieduto da Gaetana Morgante, Ordinario di diritto Penale e Prorettrice Vicaria della Scuola Santa Anna di Pisa, è stato molto acceso, con interruzioni tanto frequenti quanto puntuali dell’imputato, desideroso di istaurare un confronto in stile talk show televisivo con il Pubblico Ministero Eugenio Fusco, Procuratore Aggiunto del Tribunale di Milano, facilitando anche il lavoro dell’Avvocato difensore Andrea Del Corno, noto penalista già Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Milano.
I capi di imputazione erano incentrati sulla testimonianza resa da Malaparte nel corso del processo a Amerigo Dumini, per l’omicidio Matteotti, nella quale riferiva che la morte del deputato socialista fosse dovuta ad un malore improvviso e che il suo rapimento fosse solo l’esito, tragico e non voluto, di un incontro casuale.
Tesi dell’accusa che hanno suscitato sin da subito le reazioni di Guerri/Malaparte: “Perché parliamo ancora del processo a Dumini per il delitto Matteotti? La mia deposizione, vera o falsa che sia, non ha cambiato il corso della storia. In talia, al tempo, c’erano 45 milioni di cittadini, al tempo stesso fascisti e antifascisti. Io credevo nella rivoluzione, ero una persona libera e, grazie a questa libertà di pensiero, ho scritto dei capolavori mondiali come “Kaputt”, uno dei più importanti libri sulla Seconda guerra mondiale e “La Pelle”, che racconta l’occupazione alleata in Italia dal 1943 al 1945”.
La ricostruzione dei fatti, affidata alla testimonianza del testimone dell’accusa Corrado del Bò, Professore ordinario Filosofia del Diritto dell’Università di Bergamo, è stata quindi un pretesto per Guerri/Malaparte per rincarare la dose: “Nel 1919 ho scritto il “Manifesto di San Sepolcro”, quello che ha dato origine al fascismo, che però non ha niente a che fare con quello che poi il fascismo è diventato: il manifesto parlava apertamente contro la monarchia, contro il vaticano, contro il capitale, contro l’esercito. Era un manifesto rivoluzionario di sinistra, poi Mussolini ha fatto quello che ha fatto. Con la “Carta del Carnaro”, sempre scritta da me, per la prima volta in Italia si proponeva la parità assoluta tra uomo e donna con il diritto di voto, di elezione a cariche politiche, nonché della possibilità di fare il servizio militare, conquista che l’Italia farà solo alla fine degli anni Novanta. Io volevo portare un po’ di libertà nel fascismo cercando di creare un movimento rivoluzionario proprio quando il fascismo stava diventando reazionario”.
L’unico intervento non interrotto dall’esuberanza di Guerri/Malaparte è stato quello della sua amata Virginia Bourbon del Monte interpretata dalla giornalista de la Repubblica Valentina Tosoni, che ha confermato quanto la vita di Malaparte sia stata guidata non da opportunismo ma da passione.
Nonostante la grande forza comunicativa e le interessanti argomentazioni dell’imputato, la giuria popolare ha poi espresso il suo verdetto dichiarando la colpevolezza di Curzio Malaparte capace, anche a distanza di decine di anni, di turbare le coscienze, suscitando un sentimento di riserva ideologica nel pubblico.
Così la Presidente della Corte Gaetana Morgante ha commentato il verdetto: Il giudizio popolare, come si legge anche nelle relazioni di accompagnamento ai codici di procedura penale ottocenteschi, va oltre la valutazione strettamente giuridica del fatto per dare espressione al sentimento comune e a considerazioni etico-sociali importanti quando quelle “legali”.



