Capolavoro di Jean Genet liberamente ispirato a un fatto di cronaca che sconvolse la Francia negli Anni ’30, quando una ricca signora venne uccisa dalle due domestiche di casa.
Perfetto congegno di teatro nel teatro che mette a nudo la menzogna della scena, la storia si concentra sul rapporto di amore, sottomissione, adorazione e odio di due serve verso Madame, la loro Padrona.
A turno Claire e Solange recitano la parte di Madame. La coppia di domestiche, come una sola entità, esprime così il desiderio di essere “La Signora”, che adora e disprezza allo stesso tempo.
L’intero dispositivo scenico è una “camera delle prove” delle due sorelle.
Claire e Solange non mettono in scena solo Madame: mettono in scena sé stesse mentre tentano di esistere. Ogni rito è una prova generale mai compiuta. La messinscena enfatizza la cornice meta-teatrale: vediamo il gioco, vediamo chi lo gioca, e vediamo le crepe. L’io è una maschera che scivola. Le protagoniste cercano un’identità attraverso la ripetizione del ruolo della padrona, ma più imitano, più scompaiono.
Il teatro diventa laboratorio identitario: il personaggio “Claire” e “Solange” sono tanto fragili quanto la loro capacità di performare “Madame”. Sotto le divise da domestiche, strati di abiti incompleti di Madame. Il gesto di “vestirsi” di Madame è visibile, faticoso, mai perfetto: spilli a vista, orli grezzi, tacchi troppo grandi. La maschera non calza: è il segno della crisi identitaria.
Ogni oggetto ha una funzione drammaturgica doppia: realistico e rituale. Le chiavi tintinnano come campanelli d’iniziazione; i fiori avvizziscono durante lo spettacolo. Madame appare come corpo reale ma trattato come icona scenica. La sua realtà è più “teatrale” delle serve: rovesciamento che espone il paradosso del potere come pura rappresentazione. Anche assente, Madame permane nei suoi oggetti e nei gesti imitati. La sua identità è un copione scritto addosso alle serve.
Il tutto è permeato non da una complicità ironica, ma da una richiesta di essere testimoni di una nascita mancata. Il desiderio di essere Madame è anche desiderio di essere viste. L’identità nasce dallo sguardo dell’altro. Il potere borghese si manifesta come padronanza del gesto. Le serve apprendono il gesto ma non il possesso del segno: resta sempre un “quasi”, perché ogni cerimonia è la stessa e diversa. Il fallimento non è errore ma condizione: l’identità si cerca perché non la si possiede.
